Il Resuscita-Post

Diamo una seconda chance a post vecchi e ormai dimenticati, ripescati a caso dall'archivio del blog.

Facciamoli rivivere!



Gli Orribili Terroristi Alieni Venuti dall'Etere Assurdo

Like it were Antani

Dizionario minimo Hardla-Italiano, parte 1

Alle Cappe

STIAMO LAVORANDO PER VOI, e per noi naturalmente. Le nuove Cappe riapriranno il prima possibile in una nuova sede, in Vico del Dragone, a due passi da Porta Soprana. Sempre che si finiscano i lavori.

LeAntiche Cappe Rosse sono il circolo ARCI più bello del mondo, o almeno di Genova, vabbé sicuramente di Vico del Dragone. Ma anche lì non ci metto la mano sul fuoco.

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nube che corre - un blog genoano

blog di merda


Imprevisti e Probabilità

giovedì, 25 maggio 2006 - 17:23


Oggi mi sento come se avessi vinto il secondo premio in un concorso di bellezza. Un concorso a cui non m'ero iscritto; e questo è un particolare fondamentale perché se mi ci fossi iscritto io, probabilmente ora sarei incazzato per non essere arrivato primo. E poi vorrei vedere chi è più bello di me. Oh...

Vabbé, dicevo,certi giorni le cose girano in modo strano. Tipo che apri la cassetta della posta e c'è una lettera dell'Agenzia delle Entrate. Cazzo, le tasse.

Spett. Hardla - Vicolo Stretto - Genova
Merda, sono proprio io.

Oggetto: Rimborso IRPEF
Uh? Come, rimborso!

Gentile Signora/Signore

Siamo lieti di comunicarle che nell'ambito delle iniziative in corso per lo smaltimento dell'arretrato dei rimborsi, promosse dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, è stato messo in pagamento in Suo favore un rimborso relativo al periodo d'imposta 2002 di 514,00 euro, al quale devono essere aggiunti gli interessi di 21,20 euro, per un totale 535,20 euro.

Potrà riscuotere direttamente il predetto rimborso in un qualunque ufficio postale.. blah blah blah... presentando un documento d'identità e la scheda allegata. Tale scheda le vale altresì come buono per un POMPINO GRATIS da richiedere a una qualsiasi dipendente statale di suo gradimento.

Vabbé, ok, l'ultima frase l'ho inventata, ma il resto è tutto vero, giuro. A parte che non abito in Vicolo Stretto, che l'ho scritto solo per fare lo spiritoso. Ah, e naturalmente sulla busta non c'era scritto Hardla, ma il mio vero nome. Ah, e blah blah blah l'ho scritto io per saltare alcune parti noiose. Ma il resto è tutto uguale, davvero.

Dopo aver improvvisato un Carnevale di Rio nel corridoio di casa mia, ho riletto con cura la lettera, in cerca delle solite gabole che mettono sempre  quando qualcuno dice di volerti dare dei soldi. Minchia, m'hanno dato pure gli interessi, puzza parecchio 'sta faccenda, hanno esagerato!
Comunque, dopo un attento esame ho concluso che gabole non ce ne sono, almeno spero. In compenso mi sono venuti in mente tre particolari inquietanti.

1) Come cazzo ho fatto a maturare un milione di rimborso nel 2002? Un paio di lavoretti credo pure d'averli fatti, ma temo sia tutto legato ad alcuni maneggi di mio padre.

2) Ma c'è proprio bisogno di presentare in toni trionfalistici le "iniziative" straordinarie del ministero, per lo smaltimento del lavoro arretrato? Cioé, insomma, in pratica ci state dicendo che fino a ieri l'ufficio faceva cagare e che ora state iniziando a metterci delle pezze. Solo che lo dite in modo molto accattivante, devo ammetterlo.

3) Peccato, il rimborso m'è arrivato troppo tardi. Un mesetto fa e avrei ringraziato il precedente Governo di centro-destra per l'inatteso regalo pre-elettorale. Adesso sarò costretto a rivolgere la mia gratitudine al neonato Governo di centro-sinistra.
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Nube Che Corre

mercoledì, 24 maggio 2006 - 00:55
Chi è Genoano, sa sicuramente a chi mi riferisco con le parole Nube Che Corre. Chi è genovese ma non Genoano, ci sono buone probabilità che tenga per quell'altra squadra, e anche costoro sanno di chi sto parlando, e probabilmente si stanno facendo pure un sorrisetto.

Nube Che Corre era il soprannome indiano dell'ex presidente del Genoa, il signor Dalla Costa Luigi da Venezia. Per inciso, il soprannome se l'era scelto da solo, e gli piaceva così tanto che nel 2000-01 lo piazzò pure sulle divise da gara del Grifone, al posto dello sponsor.

Nube Che Corre è un simbolo: è la rappresentazione delle tragicomiche e agrodolci sfighe che da anni circondano la mia squadra del cuore. Per questo motivo, volendo aprire un nuovo blog in cui raccontare con toni leggeri tutto ciò che succede (o è successo) al Vecchio Balordo, beh, Nube Che Corre ci è sembrato il nome più appropriato.

Se qualcuno fosse interessato a partecipare al blog, basta mandarmi un messaggio privato o una e-mail. Ma se per qualche motivo vi sto sui coglioni, allora ci sono anche Roja, Spassky  e Dedee. Se invece volete solo curiosare, l'indirizzo è:


Forza Genoa...
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Like it were Antani

venerdì, 19 maggio 2006 - 10:45
Voi che fareste se vi conducessero in uno studio televisivo e, in diretta, vi presentassero con un nome che non è il vostro, con una qualifica d'esperto che non avete, e vi facessero domande su argomenti di cui non sapete nulla, e per giunta in una lingua straniera?

Al signor Guy Goma è successo tutto ciò, qualche giorno fa. Stava tranquillamente aspettando il suo colloquio di lavoro nella sala d'aspetto della BBC (beh, per quanto tranquillamente si può stare prima di un importante colloquio di lavoro, ovvio), quando un assistente di studio lo preleva e lo porta in sala trucco. L'ineffabile Goma ha intuito che ci fosse qualcosa di strano, ma pensava facesse parte di un fantasioso role-play. Ma quando l'hanno piazzato davanti alla telecamera, presentandolo come Guy Kewney, esperto informatico, ecco il panico......
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Mission Improbable

giovedì, 18 maggio 2006 - 12:59
[Attenzione questo post contiene spoilers. E' un presidio medico-chirurgico, areare il locale prima di soggiornarvi nuovamente]

  • "oh, ieri sera sono andato a vedere Mission Impossible 3"
  • "ah, e com'era?"
  • "mah, cesstava tomcrus cheddoveva recuperà 'nazzampadeconniglio che sennò glie scoppialatesta comm'a Felicity, e gliesparano pure allamoglie che s'è sposato da dugiorni eggià glielanno rapita, e menommale che è unnaggentesegreto che sebbuttadaipalazzi che sennò finivatuttoaputtane."
  • "si, occhei, ma com'era?"
  • "la solita cagata..."

Io non ho gusti sofisticati, quando mi propongono d'andare in un cineclub a vedere un capolavoro cecoslovacco sottotitolato in finlandese, di solito rifiuto garbatamente simulando un violento attacco epilettico. E certe volte non devo neppure fingere.
Ma certo che 'sto nuovo Miscion Impossibol Tre ridefinisce totalmente il concetto di "americanata". Al confronto i primi due episodi della serie sembrano dei documentari, e gli elicotteri che volano agganciati ai treni sotto l'eurotunnel diventano improvvisamente plausibili e realistici. Una cosa però bisogna ammetterla: in questo film, filnalmente, Tomcrus si graffia il volto.

La trama è quello che è. Schifosa, cioé. Chi se lo sarebbe mai aspettato che il superiore buono era il cattivo, e quello cattivo il buono? Nessuno, in effetti: dopo che avevano usato un espediente simile nel primo film, sfido chiunque a immaginare che l'avrebbero utilizzato di nuovo. E invece quei geniacci di sceneggiatori ci hanno fregati tutti!
La recitazione pure lascia qualche dubbio: ad esempio non ho capito perché Tomcrus e i suoi compari devono sottolineare ogni frase che pronunciano con una mimica facciale che manco nei film muti, o nelle sitcom degli anni '70, era così esagerata. Magari ci tenevano a sfoggiare tutte le loro doti interpretative, che tra un'esplosione e una mitragliata, battute da recitare non è che ce ne fossero poi così tante. Che poi forse è pure meglio così.

In questo film ci hanno fatto vedere il lato umano di Ethan Hunt, e probabilmente ne avremmo fatto volentieri a meno. No, davvero, m'ha fatto una pena vedere 'sto agente segreto strafìco, che alla sua festa di fidanzamento fa il coglione leggendo le labbra delle amichette della sua ragazza. Eppoi se ne compiace, sorride tutto soddisfatto, con espressione un po' idiota, mentre sgranocchia snack al gusto "placenta di Gioipotte".

No davvero. Io non so se era per le voci sulla sua vita privata, scientology e balle varie, di cui abbiamo già ampiamente discusso, o magari era colpa del personaggio, che in questo film era parecchio frignone. Ma io Tomcrus l'ho trovato molto patetico, soprattutto quando indossava scarpe da Frankenstein per sembrare più alto dell'attrice che faceva la parte di sua moglie.
E il film... beh... andatelo a vedere solo se non avete voglia di pensare per un paio d'ore. Ma sul serio, eh, che se vi mettete a pensare durante il film siete fottuti.
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Il post spostato

lunedì, 15 maggio 2006 - 16:48
E' che questo post lo leggete ora, ma in realtà l'ho scritto tre ore fa al mare, su un taccuino. Sarà che scrivere le cose nero su bianco è molto più difficile che sparare le solite belinate alla tastiera. Non so, forse sarà la sacralità del gesto, o forse certe parole non meritano di essere fissate con l'inchiostro su un foglio di carta che, in fondo, è costato una frazione, seppur minima, della vita di un albero.
O forse no, magari è solo colpa della mia orribile calligrafia, che con 'sta storia del computer non so quanti anni saranno che non scrivo qualcosa di mio pugno. Sto facendo una fatica porca, e dico sul serio, la mia testa lo sa quale parola vorrebbe scrivere, ma la mano sembra andarsene per i fatti suoi. Se poi ci mettete pure che sono mancino e che oltre alla mia grafìa, diciamo, un po' naif, i mancini hanno la naturale tendenza a passare la mano sinistra sull'inchiostro non ancora asciutto della parola precedente, lasciando fantasiose strisciate sia sul foglio che sul taglio della mano.
Insomma, 'sto cazzo di foglio sembra più una macchia di Rorschach che non un capolavoro letterario, e pensare che oggi m'ero anche comprato un bel quadernino nuovo per l'occasione, che assumere un atteggiamento assente e impegnato mentre si vergano faticosamente arcane parole seduto al tavolino del Monumento, beh, fa parecchio figo, fa tanto intellettuale maledetto, o almeno questo è l'effetto che voglio ottenere.
Salvo poi scrivere 'ste cazzate, naturalmente. E' che mi piacerebbe essere in grado di scrivere un bel racconto, con una trama articolata, un paio di personaggi coi controcoglioni, che magari fanno cose interessanti. Invece nulla, proprio non ci riesco, non mi viene in mente niente. Si, potrei provare a scrivere qualcosa di autobiografico, bisognerebbe avercela, però, una vita, per poterci scrivere su...
Occhei, ho capito mi sa che alla fine non sono neppure uno scrittore, tiriamoci una barra su. E' che a 32 anni, le possibili carriere che potrebbero regalarmi fama e soldi, beh, si assottigliano. E' tempo di ammettere con me stesso che non potrò più diventare la nuova guardia tiratrice dei Lakers, e in generale tutte le carriere legate allo sport professionistico mi sono ormai precluse. Al limite posso puntare sul biliardo, le bocce, le freccette e il poker. Ma forse neppure il biliardo, che nello snooker Stephen Hendry ha vinto il suo primo titolo mondiale a 21 anni, e in generale i nuovi professionisti asiatici sono già in classifica a 16-17 anni.
Mi sa che se non invento qualcosa in fretta, sarò costretto a rimanere uno qualunque. Come voi puzzoni.
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Fenomenologia delle Braghe Rosse

venerdì, 12 maggio 2006 - 10:13
Eccomi tornato. Negli ultimi giorni sono stato assente a causa di generici problemi col piccì. Senza entrare troppo nel tecnico (che altrimenti il tecnico potrebbe aversene a male, se la cosa non gli garba), diciamo che avevo un processore piuttosto irascibile, tendeva a scaldarsi troppo e per un nonnulla.

Oggi parliamo di un fenomeno genovese, L'inesplicabile mistero delle Braghe Rosse. Chi vive a Genova avrà già capito, per tutti gli altri immagino siano necessarie alcune spiegazioni, e come al solito ve le devo dare io, vero? Eccheppalle.

Il fatto è che, in un punto imprecisato del continuum spazio-tempo, qualcuno ha deciso che i pantaloni rossi dovevano essere di moda. Non chiedetemi chi è stato, o quando tutto ciò è successo, lo ignoro. Al limite posso azzardare un'ipotesi, che lo sappiamo tutti che negli anni ottanta la gente amava indossare merda di questo genere, e pure peggio.

Da quello che dice Juditta (e perché mai non dovremmo crederle?) il fenomeno si è manifestato anche in altre parti d'Italia, ma solo qui da noi, per quanto ne so io, ha assunto connotazioni così radicate nel tessuto sociale. Lo so, penserete siano i soliti paroloni che butto alla cazzo in una frase solo per sentirmi colto, ma stavolta vi sbagliate.

Si perché le Braghe Rosse (e qui sta il mistero) sono prerogativa di una ben determinata categoria sociale. A Genova la braga rossa è l'emblema dell'uomo di mezz'età. E' l'indumento irrinunciabile di chi vuole apparire giovanile e sportivo, non rinunciando ad un certo stile. Non è raro vedere l'accostamento pantalone rosso, camicia azzurra, scarpe da vela e giacca blu, talvolta doppiopetto. Tipicamente chi si veste così ha il capello brizzolato e la pelle abbronzata, tutto l'anno. Probabilmente ha pure i soldi, o almeno vuol far credere in giro d'averli. Ma è talmente democratico e gggiovane da vestirsi casual anche per andare in ufficio, e non solo per l'aperitivo al mare con puttane di quarant'anni più piccole.

Talvolta esistono delle varianti. La più diffusa è che il pantalone può non essere proprio rosso, ma di un colore più tenue, diciamo "salmonato". E ancora non m'è chiaro se sono usciti proprio così dalla fabbrica oppure è la conseguenza di 20 anni di lavaggi in lavatrice.
Certo, poi capita anche che chi indossa le braghe rosse non corrisponda all'identikit che ho tracciato qualche riga fa. Beh, è normale, il cattivo gusto non è prerogativa di una sola classe di persone, tutti quanti abbiamo il diritto di vestirci in modo ridicolo come e quando vogliamo.
Ma se vi fate una veloce statistica, in giro per la città, beh, vedrete che ho ragione. E se non lo ammettete vuol dire che siete i soliti rancorosi che non sanno perdere, ma d'altra parte da voi non m'aspettavo nulla di diverso...


Nella foto: il sosia di Massimo Boldi posa involontarimante per noi in un'immagine di rara intensità, sfoggiando orgoglioso le sue braghe rosse.
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Voglio una sigaretta

lunedì, 08 maggio 2006 - 13:52
Voglio una sigaretta
Voglio una sigaretta
Voglio una sigaretta
Sono 4 giorni che non fumo e sto iniziando solo ora a prenderci la mano.
Non mi piace l'espressione "smettere di fumare", fa sembrare tutto facile - Voglio una sigaretta - e immediato. Per come la vedo io, non si SMETTE di fumare - Voglio una sigaretta -  ma si DECIDE di non farlo. Si decide 10, cento, 1000 volte al giorno.
Voglio una sigaretta. E ogni volta devi confermare la tua decisione, sennò GAME OVER.

I primi due giorni, poi, sono avvilenti. Almeno per me. Voglio una sigaretta. Ho provato dolore fisico, ho dato un significato reale alla parola dipendenza. Voglio una sigaretta. Continui spasmi alla bocca dello stomaco, ho bevuto litri d'acqua per contrastarli. Voglio una sigaretta. Dopo le prime 48 ore poi passa il fastidio fisico. Rimane solo quello psicologico - Voglio una sigaretta - rimane il gesto automatico, il riflesso condizionato, fumarsi una sigaretta dopo aver pranzato o quando si controlla la posta. Voglio una sigaretta. Fino a 4 giorni fa fumavo circa due pacchetti al giorno, che in pratica vuol dire che io l'atto di accendermi la sigaretta - Voglio una sigaretta - lo associavo a qualsiasi azione compiuta nell'arco della giornata, nessuna esclusa.

Adesso mi rimane la voglia. La mano sinistra cerca un pacchetto invisibile sulla scrivania. Voglio una sigaretta. Certo non sto tutto il giorno a pensare al fumo, non più almeno, due giorni fa era quasi inevitabile. Ogni tanto però mi arrivano questi flash - Voglio una sigaretta - improvvisi. Sempre meno frequenti, grazie a Dio. Anche perché, pur essendo da sempre ghiotto di liquirizia - Voglio una sigaretta - se continuo a mangiare caramelle rischio di essere consumato dalla dissenteria, o magari mi esplodono tutte le arterie.

Voglio una sigaretta.
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Tributo a un grande uomo

mercoledì, 03 maggio 2006 - 14:34


 Professore
Jessico T. Coso

Nato a Tubinga nel 1917,
Morto a Mignanego nel 1996


Uno dei più acclamati critici d'arte dei nosri tempi, per gran parte della sua vita fu ordinario di Estetica Trascendentale alla Scuola Media Inferiore “Mago Zurlì” di Vimercate.

In gioventù riscosse uno straordinario successo di critica il suo primo libro, intitolato “Il Suo Primo Libro”, anche se poi al botteghino andò così così. Due anni dopo pubblicò un altro capolavoro chiamato “Un Altro Capolavoro”, da cui venne tratta una celebre pellicola dal titolo "Una Celebre Pellicola".

Diventò, suo malgrado, il simbolo dell'antifascismo culturale, dichiarando pubblicamente, in occasione della settimana della moda di Milano, che la camicia nera soffocava la naturale giovialità del popolo italico e che i colori pastello erano senz'altro più indicati, soprattutto a primavera. Venne preso per sovversivo e mandato al confino.

Dopo essersi imboscato in guerra, entrò a far parte della prestigiosa rivista “Cuscinetti a sfera Magazine” dove inventò ARTErnativa così come noi la conosciamo (e che umilmente ogni settimana ci sforziamo di portare avanti come l'avrebbe voluta lui). Si presentò al direttore e lo convinse ad assumerlo con poche semplici e incisive parole: “la saluta caramente mio zio l’Onorevole”.

Lungi dall'essere un raccomandato qualsiasi, Coso parlava fluentemente 7 lingue, ma purtroppo non ne capiva nessuna, e questo gli creò non pochi problemi, come il tragico evento, passato alla storia come “l'incidente di Magonza”, in cui diede inizio a una sommossa popolare cercando di ordinare una scaloppina in trattoria.

In seguito a quell'increscioso episodio venne emarginato dalla comunità culturale internazionale e si ritirò a vita privata sulle alture dietro Genova, dove visse scrivendo le recensioni alle omelie del parroco sul giornaletto della chiesa locale. Negli ultimi anni della sua vita lavorò a quello che poteva essere il suo più grande capolavoro letterario, intitolato “Credevate che lo chiamassi Il Suo Più Grande Capolavoro Letterario, eh?”, rimasto purtroppo incompiuto.

Nel 1992 gli fu assegnato il Premio Nobel postumo, fino a quando non si scoprì che in effetti non era ancora morto, e gli venne ritirato. La varicella lo strappò all’affetto dei suoi cari alla tenera età di 79 anni, mentre ballava l’hully-gully in piscina con tre prostitute brasiliane travestite da elettrauto.


ARTErnativa Live! - Un momento dello spettacolo. Grazie a Paola per le foto.

Ieri sera, se ancora non ve ne foste accorti, abbiamo tributato un omaggio all'inventore di ARTErnativa, il nostro maestro, nel decennale della sua scomparsa. E' stato al contempo penoso e gratificante per noi rievocare la figura del Professor Jessico T. Coso, un luminare di primo livello della Critica Artistica, e un caro amico. Visibilmente commossi ed emozionati abbiamo letto una trentina delle sue recensioni più significative, veri pezzi di bravura di un genio mai del tutto compreso, specie quando cercava di parlare sbiascicando orribilmente, dopo aver bevuto le consuete due bottiglie quotidiane di Grappa friulana.

Ringrazio pubblicamente la cinquantina di persone intervenute all'evento, la loro presenza testimonia quanto sia ancora alta la stima che Coso ha sempre goduto tra la gente. Devo purtroppo rammaricarmi del fatto che, a tratti, si sono sentite risate anche fragorose e prolungate, un atteggiamento veramente irrispettoso per l'evento che si stava celebrando e per la figura stessa di Jessico che, come tutti sapranno, dalla nascita era vittima di una brutta emiparesi alle gengive superiori, che gli ha impedito per tutta la vita di fare anche il minimo accenno di sorriso.

Lo staff di ARTErnativa (e io personalmente) si scusa se, in taluni momenti, la performance è risultata poco scorrevole, ma capirete, la nostra commozione era alta ed è stato difficile per noi rendere giustizia alla prosa del Maestro. Ma questi sono dettagli tecnici perché l'entusiasmo con cui ci avete salutato alla fine, ha rafforzato in noi il proponimento di proseguire, ogni settimana, il lavoro del nostro mentore.

Jessico, ovunque tu sia: ti vogliamo bene!
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Pampano a 2
Colonnello Bernacca
Ovunque
Acchiappafantasmi
Schiaffo col guanto
Charlie Chan in Pigiama
Tirar su col Naso
La Vecchia Pizzica
Ancora?



Il Gran Premio Cotonata D'Oro, per aggiudicare la palma di canzone più truzza degli anni '80, è finito. Ha vinto The Wild Boys, dei Duran Duran. Se volevate far vincere qualcun altro, peggio per voi. Ormai è finita.

I risultati completi li potete trovare in questa pagina.

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