Il Resuscita-Post

Diamo una seconda chance a post vecchi e ormai dimenticati, ripescati a caso dall'archivio del blog.

Facciamoli rivivere!



Gli Orribili Terroristi Alieni Venuti dall'Etere Assurdo

Like it were Antani

Dizionario minimo Hardla-Italiano, parte 1

Alle Cappe

STIAMO LAVORANDO PER VOI, e per noi naturalmente. Le nuove Cappe riapriranno il prima possibile in una nuova sede, in Vico del Dragone, a due passi da Porta Soprana. Sempre che si finiscano i lavori.

LeAntiche Cappe Rosse sono il circolo ARCI più bello del mondo, o almeno di Genova, vabbé sicuramente di Vico del Dragone. Ma anche lì non ci metto la mano sul fuoco.

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nube che corre - un blog genoano

blog di merda


La Morte al telefono

giovedì, 05 luglio 2007 - 10:35
  • Pronto?
  • Pronto, parlo col Dott. Hardla?
  • Si, chi è?
  • Sono la Morte.
  • La corte?
  • No, non la corte, la Morte.
  • No guardi, non m'interessa, sono già abbonato con Tele2.
  • Mi sa che ha capito male, io sono la Morte, il tristo mietitore, ha presente cappa nera e falce? Gioco sempre a scacchi nei film svedesi, m'avrà visto...
  • Ah. E che vuole da me?
  • Guardi, avrei una cosa da dirle ma non s'inalberi subito, ci pensi su.
  • Beh, dica.
  • Ecco, mi risulta che lei abbia ancora un po' di tempo da vivere, ma il fatto.. ecco... è che mi trovo a passare dalle sue parti e... insomma... mi chiedevo se già che c'ero potevo prendere anche la sua anima. Sa, per fare un viaggio solo...
  • Ma sta scherzando?
  • No, sono serissima. Mi risparmierebbe un sacco di noie che manco s'immagina.
  • Oh Cristo.
  • No, guardi, io sono la Morte, non mi occupo di religione.
  • Come?
  • Niente, dicevo che non mi occupo di religione. E' che molti mi chiedono che c'è dopo. Ma io mica lo so, il mio lavoro è portarli dal punto A al punto B, dopo non sono più affari miei. E' questione di competenze.
  • Capisco.
  • Allora, che ne dice della mia proposta? Vuol venire?
  • Mah, veramente io preferirei vivere ancora un po'.
  • Ne è sicuro? No, perché a me risulta che lei non se ne sia fatto granché della sua vita, finora.
  • Ma come si permette?
  • No, davvero, non volevo offenderla. Ma io non vedo niente di notevole nei suoi files.
  • Beh, i files saranno sbagliati.
  • Può essere, controlliamo subito. Lei ha condotto una vita soddisfacente? E' felice?
  • Mah, chi può dire d'essere veramente felice?
  • Amore? E' mai stato innamorato?
  • Boh, non ricordo. Credo di si, mi sarà capitato prima o poi.
  • Ma come, non ne è sicuro?
  • E' che non ho mai vissuto una storia d'amore di quelle che appena le vedi da lontano dici: "ma guarda quei due come si amano". Quindi non lo so.
  • Facciamo che a questa casella ci metto NO, per il momento, poi magari la si cambia.
  • Vabbé...
  • Amici?
  • Ah, tanti. Lì non mi lamento. Anzi, pure più di quelli che mi servirebbero.
  • Bene. Farò finta d'ignorare una certa punta di sarcasmo. Lavoro?
  • Mah. Faccio qualcosa, come tutti.
  • Divertimento? Esce? Guarda film?
  • Mah, perlopiù bevo. Con gli amici, però. Mai da solo.
  • Quanti libri legge all'anno?
  • Ma è sicuro di non essere dell'Euroclub? Guardi che io sono già socio, eh.
  • Stia tranquillo, non voglio venderle niente. E comunque nei miei files c'è scritto che effettivamente suo padre è stato socio per parecchio tempo, ma ora non lo è più.
  • Vabbé, m'ha beccato.
  • Insomma... dicevamo... Le parlerò in tutta franchezza, dal quadro che emerge di lei non mi sembra che abbia particolari motivi per rimanere a questo mondo. Io le consiglio di togliersi il pensiero subito. Eviterebbe qualche anno di umiliazioni, noia e frustrazioni. Uh, per non parlare delle delusioni d'amore... non m'è permesso rivelarle nulla del suo futuro, ma guardi, roba da nascondersi per settimane sotto un piumone, con un flacone formato famiglia di antidepressivi.
  • Uh, m'andrà così male?
  • Non può immaginare quanto. Non si riprenderà mai più...
  • Cazzo.
  • Allora che faccio? Posso passare da lei?
  • Ma sta scherzando? Ho passato tutta la vita nell'apatia più grigia. Ora lei arriva qui, mi prospetta una formidabile delusione d'amore, una sofferenza così intensa che mai ho provato prima, e dovrei rinunciare a tutto questo per un'eterna tranquillità? Ma fossi matto! Me la voglio godere fino all'ultimo!
  • Ma... è sicuro?
  • Certamente!
  • Lei non è normale, lo sa?
  • Beh, se lo scriva sui suoi files, allora. Si vede che non sono aggiornati. Ora la saluto. Addio!
  • Arrivederci...
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Storie dalla strada a sei corsie

giovedì, 24 marzo 2005 - 10:12
Sai, quando si vive in una strada a sei corsie anche le cose normali sembrano strane. Perché quando uno passa veloce con la macchina, sempre che il traffico non lo costringa a fissare per ore l'adesivo "champoluc è monterosa ski", appiccicato sul bagagliaio della Clio davanti, a perenne celebrazione di un capodanno sicuramente memorabile, ma dicevo, quando uno passa di lì pensa che chi vive nella strada a sei corsie si teletrasporti direttamente dal portone alla macchina. Nessuno cammina in una strada così, a meno che non sia proprio necessario. L'unico negozio interessante è "Il Paradiso dello sport", un posto che porticinon si visita proprio tutti i giorni, anche perché c'è un limite fisiologico alle paia di scarponi e attacchi che si possono comprare in una stagione. A meno che tu non sia un azzurro di sci, ma allora gli scarponi te li danno gratis, non li vai a comprare, tanto meno al "Paradiso dello sport". Si, ci sono dei bar, ma non di quelli che ci passi la giornata, un caffé e via. Io neppure quello, il caffé non mi piace. E poi alle otto sono già chiusi.
Quindi sembra strano che alle novemmezza di una sera qualunque ritorni a casa, con l'ego viziato oltre i suoi meriti, e incontri una, due, dieci persone che passeggiano sotto le atroci luci gialle che illuminano i portici. C'era pure un tizio che faceva acrobazie con la bici, come in una Venice Beach a sei corsie. Son piccolezze, lo so, ma notevoli. Non ci siamo abituati, noi che viviamo in una strada di passaggio, una di quelle linee rette e lunghe che solo la toponomastica riesce a collocare in un quartiere. Perciò non ti stupire se, passeggiando di sera in una strada a sei corsie, un estraneo ti saluta, come si vede ormai solo sui sentieri di montagna. Probabilmente vive lì, ed è sorpreso più di te.
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martedì, 10 agosto 2004 - 12:18

Storie dalla strada a sei corsie
I Grafomani

La parola, nel mio condominio, non gode di grande popolarità. Non quella parlata, comunque. Qui si ama la scrittura, non troppo elaborata, uno stile diretto alla Nick Hornby, ma più pratico. Ovvero si comunica per biglietti, cartelli, lettere minatorie.
Avevo appena comprato la mia prima vespa, quando mi sono accorto che qualcuno faceva pisciare il cane sui motorini parcheggiati. Con una spiccata predilezione per le ruote davanti. Eh si, perché se proprio vuoi rompere le balle, tanto vale farlo bene, costringendo la gente a maneggiare catene e lucchetti sporchi di piscio. Una sera torno a casa e vedo un cartello appiccicato sulla ruota di uno scooter sotto casa mia. "X i cani: dite ai vostri padroni di essere meno incivili e di farvi fare i bisogni da qualche altra parte". Secondo voi, che fine può fare un messaggio di questo tipo? Ovvio, la mattina seguente il cartello era umidiccio e giallo.
Il luogo preferito per i grafomani, comunque, è l'ascensore. E' difficile resistere a quella ventina di secondi di puro anonimato, avendo la certezza che il proprio lavoro verrà visto da tutti. Si comincia da piccoli incidendo parolacce sulla cornice dello specchio e crescendo si finisce a scrivere robe del tipo: "Si prega la persona che tossisce rumorosamente tutta la notte, di smetterla e di farsi vedere da un medico". Beh, potrebbe anche morire, sarebbe meglio per tutti, chissà quali altri stratagemmi sarebbe in grado di escogitare in futuro per innervosire i condomini.
Qualche giorno fa trovo nell'atrio un messaggio inquietante. Grafia incerta, scritto in maiuscolo rosso: "DOMANI TORNO A PRENDERE I VECCHI". Forse si riferiva agli elenchi telefonici ma, nel dubbio, tutti gli anziani del palazzo sono fuggiti dai parenti.

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Storie dalla strada a sei corsie

giovedì, 29 luglio 2004 - 00:23

La strada a sei corsie ha un ponte sulla ferrovia. Si vede Brignole, coi suoi snodi, le rimesse e lo scalo merci. Di tutto quell'intrico di rotaie, alla fine sopravvivono solo due binari che si infilano in galleria per proseguire verso Nervi, Roma, Reggio Calabria. E' un bel posto, mi piace andarci in sere come questa. Di solito mi fermo presso quell'unico buco nella grata di protezione, sotto la targa di qualche povero cristo, morto in non so quale guerra. Mi fermo lì e ci sto 2, 3, 10 minuti, magari mi fumo una sigaretta e guardo i treni notturni. A volte scatto delle fotografie, ma mi vengono sempre male.

I treni mi passano sotto, lenti, e io guardo le facce che spuntano dai finestrini. Ci sono quelli che fissano le luci dei palazzi, altri fumano, qualcuno si accorge di me, e mi sorride. La faccia sorride, giusto un abbozzo, tanto per dirmi "Guarda che lo so chi sei. Anche se io mi muovo e tu te ne stai fermo lassù, non siamo poi così diversi, anche tu sei un poveraccio come tanti, con le tue gioie e i tuoi problemi, come li hanno tutti". Sorrido anch'io, uno di quei sorrisi che significa "Hai ragione. Buona fortuna". Sono sempre benevolo con le facce della notte. Il loro è un viaggio lungo, mica si fermano a Nervi, forse vanno a Roma, forse a Reggio Calabria.

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mercoledì, 09 giugno 2004 - 18:55

Storie dalla strada a sei corsie
Il Gran Maestro del Bongo

E' arrivata l'estate. E' arrivata da qualche giorno ormai. Il caldo, voi direte. No, il caldo non c'entra. L'ha deciso il Gran Maestro del Bongo. Il GMdB (d'ora in poi lo chiamerò così per vezzo stilistico) è una figura molto conosciuta da queste parti, spesso odiata, sempre temuta. Nessuno conosce il suo aspetto, tutti però sanno che, quando inizia a suonare,vuol dire che l'estate è finalmente arrivata. Quando smette è il caso di recuperare i vestiti pesanti. Il suo bum-bum-bum, suonato a qualsiasi ora del giorno e della notte, per quanto possa risultare snervante, ci rassicura. Perché se una rondine non fa primavera, il suo Bongo fa sicuramente l'estate.
Molti, nel quartiere dubitano della sua esistenza. Io, invece, ho fede nel GMdB. Spesso esco sul terrazzo, mi rivolgo verso sud e gli rivolgo delle accorate suppliche. Purtroppo in quella direzione c'è l'appartamento dei miei vicini, ma spero che le mie parole gli arrivino lo stesso. Da quando si è palesato alle nostre orecchie, l'estate non è mai mancata. L'anno scorso ha suonato con fenomenale veemenza e tutti noi sappiamo quanto sia durata l'estate.
Ti sono grato, o Gran Maestro, per quello che fai, ma non è che potresti farlo altrove?

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martedì, 25 maggio 2004 - 14:16

Sabrina

Sabrina era la ragazza più bella della classe. Non faceva nulla di particolare per esserlo, era così di natura. Gli ammiccamenti, le espressioni, il tono della voce, nulla di costruito. Nel limitato microcosmo di una scuola, era il nostro ideale di bellezza e femminilità. Sabrina era ricca, abituata all'alta società. Conosceva la Genova bene e la Genova bene conosceva lei. Era intelligente e viziata. Sabrina aveva tanti amici.

Al suo matrimonio siamo andati quasi per caso, volevamo approfittare dell'occasione per fare un giro in campagna. Al suo matrimonio c'era poca gente, tutti vecchi parrucconi. Ci hanno chiesto di fermarci anche per il pranzo, non c'erano ragazzi, volevano un po' d'allegria. Erano almeno due anni che non la vedevamo, dopo la fine della scuola ci siamo persi di vista.

Ci siamo fermati, abbiamo mangiato e abbiamo brindato alla felicità di Sabrina, la ragazza che tutti noi abbiamo desiderato, e del suo sposo, che vedevamo per la prima volta. Dov'erano finiti tutti gli amici che avevi, Sabrina? Me lo sono chiesto subito, ma non ho potuto comunque evitare di fare un sorriso quando li ho visti, lo sposo e la sposa, baciarsi solitari in un lungo viale alberato, mentre salivamo in auto per tornarcene a casa.

Dopo quel giorno abbiamo avuto solo qualche notizia da parte sua. Sabrina sta facendo i lavori in casa. Le cose vanno bene. Sabrina vi saluta. Sabrina è stata male.

Sabrina ha avuto un brutto problema medico, è stata operata al cervello. Ha mezzo volto paralizzato.

Avrei voluto piangere, faccio finta d'averlo fatto. Certo, mi dispiaceva per lei, ma sai, erano tanti anni che non la vedevo. Eravamo degli estranei, in fondo.
Ma lei era il nostro ideale giovanile, per lungo tempo ho cercato la sua bellezza negli occhi delle ragazze che ho frequentato. Cazzo, gli ideali sono immutabili, gli ideali non possono star male, non devono.

Ho tanta voglia di rivedere Sabrina, non l'ideale, ma la persona. Di sapere come sta e che cosa ha fatto in questi ultimi 10 anni. Ogni tanto ci manda i suoi saluti. Qualche volta la invitiamo alle nostre serate insieme. Ma lei ringrazia e rifuita, si vergogna di mostrarsi per come è adesso. Forse preferisce che la si ricordi com'era a 18 anni. Quando sapeva di essere il nostro ideale.

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FastRewind

lunedì, 24 maggio 2004 - 11:15

Hardla mette su una vecchia videocassetta ma, invece dei film, sullo schermo passano i suoi ricordi. E capisce che molte cose sono cambiate, ma certi giorni no.

Oggi ho 17 anni. Sono solo e incazzato col mondo, perché il mondo mi spaventa. E’ più facile odiare, ti evita un sacco di domande. Non ti costringe a darti delle risposte. E’ una strada semplice e sufficientemente originale, qui nel liceo “G.D. Conformismo”. Niente atti estremi, niente ribellione sbandierata, mi basta saperlo, mi basta avere il conforto delle mie opinioni. Per qualche motivo non sono andato a scuola, devo avere la febbre o qualcosa di simile, perché a fare sega non sono capace.

 

Metto su la mia videocassetta preferita, lì c’è il mondo in cui potrei vivere. Non sono sicuro che siano film belli, non so niente di recitazione, regia e balle varie. Ma mi fanno sentire vivo e ancora più incazzato. Sono incazzato dunque sono. Come si dice incazzato in latino? No, non credo sia sul dizionario. Comunque i film si chiamano “Schegge di follia” e “Pump up the volume”. Christian Slater è il protagonista in entrambi, nel primo è pazzo e incazzato, nel secondo incazzato e depresso. In tutti e due è uno studente di un liceo che potrebbe assomigliare al mio, se non fosse in America. In tutti e due cerca un modo per evadere da quella merda.

 

I diciassette anni sono difficili, ma non più dei sedici o dei quindici. Qualcosa sta cambiando, ho sempre paura, ma un po’ meno. Ho scoperto le magliette nere, ho cambiato taglio di capelli, sto iniziando a intuire delle cose, ma ancora non sono sicuro di che cosa si tratta. Libri non ne leggo, il computer non lo accendo da qualche anno. Tv ne guardo poca, a parte i film su Telepiù 1. Faccio i compiti, tanti compiti. Devo studiare il triplo per ottenere gli stessi risultati di Marco, lui esce sempre, fa anche canottaggio tre volte alla settimana. Io studio soltanto. Non sono stupido, solo che quando vengo chiamato alla lavagna la mia mente si spegne, allora devo sapere le cose a memoria per poter andare in automatico, per poter affrontare gli inevitabili black-out mentali. Devo studiare a 100 per poter rendere a 70. Infatti la mia media è 7. L’inglese no, quello mi riesce semplice.

 

Mi piace Sabrina, ma Sabrina piace a tutti qui nel liceo “Conformismo”. Lo so che non ci uscirò mai, non le posso piacere. E comunque non avrei mai il coraggio di chiederglielo. Non è come nei film, che qualcuno intuisce quanto tu sia magnifico, per quanto tu sia nascosto da 10 chili di libri e da un paio di occhiali. L’anno scolastico è agli sgoccioli, quest’estate andrò in Inghilterra. Non vedo l’ora, ma ho un po’ di paura. Non conosco nessuno, a parte Ivan. Ivan è il mio miglior amico, ma non è che posso appiccicarmi a lui per tre settimane, dovrò inventarmi qualcosa. Magari è la volta buona che faccio qualcosa che sorprenda anche me. Speriamo.

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147

lunedì, 03 maggio 2004 - 11:14

Qualche anno fa, in un pub di Highgate, nella zona nord di Londra, ho conosciuto uno strano vecchietto. Si aggirava sempre intorno ai tavoli da snooker, aspettando qualcuno che giocasse con lui. A guardarlo in faccia sembrava che avesse almeno cent’anni, pareva messo lì da quelli che avevano costruito il locale, come la carta da parati a quadrettoni ormai sbiaditi o la lavagnetta segnapunti che nessuno usava più.

 
Ogni volta che entravo nel pub, lo vedevo lì, nella sala dei biliardi. Raramente andava al bar a prendersi una pinta di birra, qualche volta guardava i tornei di snooker in televisione, nient’altro. Il suo soprannome era Harry Potter, ma il nomignolo non doveva piacergli molto perché, quando qualcuno lo chiamava così, lui emetteva un grugnito scocciato prima di rispondere. Era in tutto e per tutto la classica macchietta da bar e in tal modo veniva trattato dai clienti abituali.

 
Il barista mi spiegò che anni fa la gente lo chiamava Harry “the potter” (quello che imbuca le palle), più per sfotterlo che non per una sua vera abilità a giocare a biliardo, ma da quando erano usciti i romanzi della Rowling i clienti più spiritosi avevano iniziato a chiamarlo come il giovane mago, e la cosa era piaciuta anche agli altri. Non si sapeva dove vivesse, del resto nessuno l’aveva mai visto fuori dal pub, e quale fosse il suo cognome. Sapeva solo che ogni pomeriggio se lo trovava sempre lì, nella sala dei biliardi, e che beveva sempre la solita stout alla spina.

 
Giocava a biliardo, si, ma non era bravo. Perdeva con tutti quelli che avessero preso in mano una stecca almeno un paio di volte. Solo coi novellini riusciva a vincere, ma anche con loro doveva presto arrendersi, appena iniziavano a capire il gioco.

I principianti amavano giocare con Harry Potter perché, se c’era una cosa che sapeva fare davvero, era spiegare lo snooker alla gente. Aveva insegnato a tutti i ragazzi della zona, per tanti anni, e i ragazzi erano diventati uomini, alcuni avevano smesso di giocare, altri si facevano ancora qualche partita con Harry, quando lo vedevano seduto davanti al suo biliardo, con lo sguardo assente. Grazie alle sue lezioni, un ragazzo del quartiere era perfino passato professionista, negli anni ’70, ma al termine della sua prima stagione decise di smettere e finì a lavorare in un negozio di alimentari, almeno aveva uno stipendio fisso.

 
Quando non era dai biliardi, lo vedevi seduto davanti al televisore. Allora sapevi che era uno di quei 4 o 5 momenti dell’anno in cui la BBC trasmetteva un torneo. Se fuori faceva molto freddo era il Masters, se c’era aria di primavera erano i Campionati Mondiali al Crucible di Sheffield.

Harry non era un tifoso, guardava le partite per il gioco in sé, ma c’era un campione che proprio non sopportava. Successe nel 1997, il giovane Ronnie O’Sullivan, una faccia più adatta allo spaccio di droga in qualche sobborgo che non alle finali dei grandi tornei, fa una serie perfetta di 147 punti nei primi cinque minuti e venti secondi della prima partita del torneo mondiale. Non che sia una cosa strana per lui, ma quell’ostentazione di sicurezza e bravura a Harry proprio non andò giù. Lui, che ha giocato a snooker tutti i giorni della sua vita, non l’aveva mai fatto un 147. E quello ci riusciva in cinque minuti.

 
Una volta entrò nel pub Jimmy “Whirlwind” White, un idolo per i tifosi londinesi. Tutti quanti si accalcarono presso il bancone a dargli pacche sulle spalle, chiedergli autografi e offrirgli pinte di birra. Harry Potter no, rimase al tavolo a cercare di piazzare una difficile palla rosa in buca laterale. A lui i campioni mica interessavano, a lui importava solo dello snooker. Quel giorno Harry fece una serie da più di cento punti, quella che gli inglesi chiamano “century break”. Era la quinta volta che ci riusciva in vita sua, ma non c’era nessuno a vederlo, erano ancora tutti a festeggiare Jimmy. Ma a lui non importava. Mise le palle rosse nel triangolo e sistemò le colorate, passò il gesso sulla stecca poi piazzò il pallino nella lunetta, preparandosi a spaccare. E sorrise alla stanza vuota.

 
Harry Potter odiava il suo nuovo soprannome. Anche il vecchio non gli piaceva molto, ma era una vita che tutti lo chiamavano così e ci si era abituato. Non si era accorto subito del cambiamento, lui non leggeva mai e, se l’avesse fatto, probabilmente non avrebbe scelto delle storie di magia per bambini. Dopo qualche giorno un gruppo di clienti più vecchi gli spiegò il gioco di parole, e lui non ce la fece a nascondere il malumore. com'è ovvio questa reazione consacrò la nuova presa in giro e lo battezzò ufficialmente “Harry Potter, il mago dello snooker”.


Un mago che non fa magie, che mago è?  E’ una barzelletta o una macchietta da bar. Una sera di due settimane fa il pub era pieno di gente, la partita di calcio aveva attirato tutte le famiglie della zona, i tavoli erano colmi di pinte di birra e patatine, l’aria piena di fumo.  La saletta dei biliardi era quasi vuota, Harry giocava con uno dei suoi vecchi allievi. Dopo qualche tiro interlocutorio, qualche goffo tentativo di difesa, Harry imbuca una palla rossa, il pallino rimane in posizione per piazzare anche la nera, che va dentro. Altra rossa, altra nera, 16 punti. Rossa, nera, rossa nera, rossa, nera, 40. L’Aston Villa sbaglia un rigore, la gente si passa parola: “Harry Potter sta facendo una partita perfetta”.

 
Un curioso si avvicina ai biliardi, “venite, presto”, davanti alla tv rimangono solo alcune donne e quelli troppo ubriachi per capire che cosa sta succedendo. Intorno al biliardo la gente cerca di guardare senza disturbare i giocatori. Un uomo arriva ridendo ad alta voce ma viene allontanato. C’è silenzio, c’è molto caldo. Il vecchio Harry indossa il suo solito panciotto blu, ma neppure una goccia di sudore attraversa la sua fronte. Palla rossa, palla nera, per quindici volte. Il barista lascia il bancone, tanto non c’è più nessuno da servire.

 
Harry si prende il suo tempo tra una palla e l’altra, non ha fretta, gioca col solito ritmo, pensando ogni palla, anche la più facile, come se dovesse fare un tiro di otto sponde. Gialla, dentro. La gente mormora, il pallino è rimasto un po’ corto. Verde in angolo destro, effetto all’indietro, poi marrone nella stessa buca. Centoventinove punti, e il pallino risale dolcemente il tavolo per affrontare gli ultimi tre colori. Blu in laterale destra, effetto a seguire. Rosa in angolo sinistro, effetto a seguire. Squilla un cellulare, un tipo si allontana di corsa, maledicendo la moglie che lo cerca proprio in quel momento. Centoquaranta punti, tocca alla nera. Nessuno osa spostarsi, nessuno respira. Harry Potter alza lo sguardo, pare sorpreso di vedere tutta quella gente. Mentre gessa la stecca i suoi occhi sembrano capire solo in quel momento che cosa sta succedendo, la mano appare meno ferma, ma forse è solo un’impressione. Un tizio lo guarda negli occhi e gli sussurra “forza Harry”. Niente, lui sembra non sentire, ma tutti notano una goccia di sudore rigargli la tempia sinistra. Harry si distende sul tavolo da biliardo e la gente ha l’impressione che quel vecchio mucchio di ossa debba spezzarsi da un momento all’altro, tanto è faticosa e innaturale la sua postura. Il brandeggio è difficoltoso stavolta, sarebbe meglio che usasse il rastrello, ma nessuno osa fiatare. Harry si arrampica sul biliardo montandolo come fosse una bella donna, ma forse nessuna donna avrebbe mai potuto renderlo altrettanto ansioso. Parte il tiro, il pallino colpisce la nera.

 
Quanto lenta può viaggiare una palla da biliardo senza fermarsi? Mentre la nera rotola per la sua strada, Harry accenna un sorriso e sussurra “cento… quarantastette” sbuffando, ma nessuno guarda più lui. Tutti spingono con lo sguardo quella lentissima nera verso una buca troppo piccola. Appena superato l’orlo della buca, ma prima che la retina accolga la palla, la stanza è viva. Tutti gridano, tutti si muovono, tutti, tranne Harry disteso sul tavolo. Harry Potter, usando la stecca al posto della bacchetta, aveva fatto la sua prima e ultima magia.

 
Mentre gli amici del pub portavano a spalla la bara di Harry, fatta foderare apposta di panno verde, quelli che passavano dalle parti della chiesa si chiedevano chi era il morto e perché c’era tanta gente a quel funerale. I notiziari cittadini e le pagine locali dei quotidiani avevano riportato la notizia di quella morte curiosa, ma più di tutto ciò aveva potuto il passaparola tra la gente. Erano venuti tutti: tutti quelli a cui Harry aveva insegnato lo snooker senza mai chiedere nulla in cambio, ed erano davvero tanti. Erano lì perché avevano capito che Harry, quando perdeva a biliardo, insegnava loro a vincere nella vita, e che a questo mondo sono poche le persone disposte a regalarti qualcosa di tanto prezioso.

 
Si scoprì che Harry era stato sposato, ma sua moglie era morta durante i bombardamenti tedeschi nella seconda guerra mondiale. Lui si salvò perché, in quel momento, si trovava in uno scantinato a giocare a snooker.  Non aveva avuto figli, ma forse è più corretto dire che ne aveva avuti tanti e che, come tutti i figli, dopo un po’ se n’erano andati per la loro strada. Ma per il funerale del vecchio Harry ce l’avevano fatta a ritornare.

 
Nessuno sa in che momento Harry sia morto, però a me piace pensare che abbia visto la nera rotolare in buca e finire nella retina. Ma forse non è poi così importante, tanto lui lo sapeva che sarebbe entrata, lo sapeva che aveva finalmente fatto il suo centoquarantasette.

 

 

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Il Gran Premio Cotonata D'Oro, per aggiudicare la palma di canzone più truzza degli anni '80, è finito. Ha vinto The Wild Boys, dei Duran Duran. Se volevate far vincere qualcun altro, peggio per voi. Ormai è finita.

I risultati completi li potete trovare in questa pagina.

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